giovedì 6 giugno 2013


Eros e il filosofo

  • L’idea del bello si manifesta anche nelle cose belle.
  • La sua contemplazione risveglia, nell’animo di chi è pronto a riconoscerla, il ricordo della bellezza in sé.
  • L’eros è la forza che spinge l’individuo a risalire per gradi dalla contemplazione della bellezza fisica, che si manifesta nel volto della persona amata, fino all’idea,
  • Questo processo di ascesa richiede un profondo coinvolgimento personale, una vera e propria <<conversione>>, sostenuta dall’amore inteso come <<divina mania>>.
  • Eros è anche raffigurazione del filosofo, perché è figlio di un dio e di una mendicante. La sua natura è quindi intermedia, come quella del filosofo, che è sospeso tra sapienza e ignoranza, per cui non possiede la sapienza ma è consapevole della propria ignoranza e quindi la desidera.


Le idee e il rapporto con le cose

Le idee come essenza trascendente dei valori e delle cose sono:
  • Idee-valori: il bene in sé, il bello in sé, il giusto in sé ecc.
  • Idee delle cose: la cavallinità, l’umanità ecc.
Entrambe sono legate all’esistente mediante partecipazione (metessi) ed imitazione (mimesi).

Le idee sono perfette, immutabili e uniche per ogni classe di cose e ne consegue:
  • La soluzione del problema del divenire; il divenire riguarda le imitazioni delle idee, cioè dei singoli individui, mentre l’idea è immutabile.
  • La soluzione del problema della molteplicità; esiste un’unica idea per ogni classe di cose.

La scrittura platonica
Lo stile di Platone è molto importante ed è una componente importante del suo modo di filosofare. Tutte le sue opere sono scritte in forma di dialogo. Platone cerca di restare fedele a Socrate, che non scrisse mai nulla, convinto che la filosofia dovesse essere sempre dialogo reale. Anche Platone condanna la scrittura ma sceglie comunque di usarla, in modo da conservare il proprio messaggio, piegandola però verso il dialogo che è il genere che più s'avvicina all'oralità. Essi vengono ambientati in uno scenario, con personaggi ben caratterizzati e spesso in un contesto narrativo che accompagna ed arricchisce l'esposizione.
All'interno dei dialoghi vengono inseriti dei miti, che Platone usa sia per introdurre che per integrare il lògos, cioè per esprimere concetti che non possono essere spiegati ma debbono essere piuttosto “mostrati”.

I dialoghi giovanili come ricerca continua
I dialoghi giovanili vertono prevalentemente su un unico tema: la virtù. Spesso si prende in analisi una virtù specifica, ma ci si pone soprattutto il problema di che cosa sia la virtù in generale, se e come possa essere conosciuta e se possa essere trasmessa. Questi dialoghi vengono definiti aporetici, ed in essi non si giunge ad una conclusione, ma si approfondisce e si chiarisce il problema giungendo via via all'accordo su alcuni aspetti, che sollevano però nuove domande, e così via.
Chiarire i problemi vuol dire ricercare e discutere le argomentazioni a favore di una tesi oppure a dimostrare che una convinzione, anche se largamente accettata, non ha fondamenti razionali e deve essere quindi abbandonata.
Alcuni temi caratterizzeranno la riflessione platonica; al di sopra di tutto il rapporto tra la pòlis e la coscienza come punti di riferimento dell'agire morale.
Non tutti i dialoghi si occupano però della virtù. Nel Cratilo si discute infatti il tema del linguaggio, della sua origine e della sua funzione: Ermogene, uno degli allievi di Socrate, sostiene che i nomi sono per convenzione e sono stati dati dagli uomini in base ad un accordo; Cratilo, invece, della scuola di Eraclito, afferma che i nomi rispecchiano la natura della cosa, tanto che conoscendo il nome possiamo comprenderla nella sua vera realtà. Socrate propone una tesi intermedia: i nomi sono stati dati dagli uomini, e a volte esprimono le caratteristiche delle cose, a volte no, anche se dovrebbero farlo. Per questo, sarebbe opportuno che ci fossero dei “legislatori dei nomi”, filosofi o consigliati da filosofi, capaci di cogliere la vera realtà della cosa, e di coniare il nome corrispondente. Sviluppa poi una serie di analisi filologiche per mostrare come, ad esempio, i nomi degli eroi ne esprimano le caratteristiche e le virtù. La conclusione di Socrate è che i nomi non esprimono la natura delle cose, ma il concetto che se ne è fatto chi ha attribuito alle cose un nome. Quindi, i nomi non servono soltanto ad indicare le cose, ma ne insegnano il significato ed il concetto e perciò hanno un importante funzione formativa e didattica.



Il confronto con i sofisti
L’analisi delle signole virtù rimanda sempre ad una definizione che consenta di conoscere che cos’è la virtù in generale.
In uno dei dialoghi che chiudono il suo periodo socratico, il Protagora, s’interroga se sia possibile insegnare ad essere virtuosi. Protagora, che come tutti i sofisti si proclama <<maestro di virtù>>, sostiene ovviamente di sì, Socrate obbietta che in questo caso gli individui virtuosi la insegnerebbero ai propri figli, che quindì sarebbero altrettanto virtuosi, mentre spesso ciò non avviene. Tuttavia Socrate sostiene che essa è una scienza, perché è conoscenza del bene, ma una scienza diversa dalle altre perché non può essere insegnata. Protagora si adopera a dimostrare che essa non è scienza. La conclusione a cui si giunge è che la virtù è conoscenza del bene e del male, uuna conoscenza però che non si può raggiungere mediante l’insegnamento di altri, ma va scoperta dentro di sé.
La critica alla sofistica è il tema centrale del Gorgia, un dialogo rivolto contro la retorica, che i sofisti facevano oggetto del proprio insegnamento. La retorica, l’arte della persuasione, era diventata per la nuova borghesia lo strumento per una rapida carriera politica ed il successo personale. Socrate afferma che essa non è scienza perché convince solo chi non è esperto di un’arte, su argomenti che non conosce, quindì non insegna, ma affascina o blandisce con la parola.
Gli interlocutori di Socrate esaltano la retorica come strumento di dominio sugli altri, legando al potere la felicità. Socrate dimostra , al contrario che commettere ingiustizia rende infelici, tanto che, dovendo scegliere, è preferibile subirla che farla e, se si commette ingiustizia, la pena non è da evitare, ma da cercare e da accettare come il malato accetta la medicina che può guarirlo. La felicità non consiste neppure nel piacere, dato che esso è legato al soddisfacimento di un bisogno e dipende quindì dal dolore.
La felicità consiste nella virtù, che è temperanza, cioè ordine ed equilibrio dell’anima. Sul piano politico, cioè relativo alla vita della città, il bene coincide con la giustizia, quindì <<il più grande dei mali è l’ingiustizia per colui che la commette>>. L’ingiustizia, infatti, è un male per chi la subisce e per chi la commette. Infatti il bene è la salute dell’anima.
La tesi conclusiva è <<che bisogna guardarsi dal commettere ingiustizia più che dal riceverla, che l’uomo deve preoccuparsi non di apparire ma di essere buono, e in privato e in pubblico>>. Il problema etico si lega quindì strettamente al dualismo anima/corpo e alla natura dell’anima, che sarà trattata in modo approfondito più avanti.

Platone

Da una famiglia ricca e di antica nobiltà, nasce nel 427/28 a.C. Platone, filosofo che all'età di vent'anni diviene allievo di Socrate, con il quale rimarrà fino alla di lui morte nel 399 a.C.
Nel 387 a.C. fonda ad Atene l'Accademia, nella quale si dedicherà all'insegnamento fino alla morte nel 347 a.C.



Platone e Socrate
Il rapporto con Socrate segna profondamente la filosofia di Platone.
Della filosofia di Socrate, Platone conserva prima di tutto lo spirito di ricerca. La filosofia non è un punto di arrivo, ma un percorso verso la verità ed il bene. Il filosofo non è però il sapiente, ma colui che ama la sapienza: non la possiede, ma la desidera e la cerca.
La sua fedeltà al filosofare socratico trova spesso espressione nella forma del dialogo, che rende il senso non soltanto della ricerca, ma del cercare insieme, dialogando, sottoponendo alla critica della ragione tutti i presupposti, senza accettare nulla di non argomentato.
Platone, specie con il tema della centralità della riflessione etica, ci richiama spesso all'insegnamento socratico. Quasi tutti i dialoghi giovanili sono dedicati all'analisi di alcune virtù e della virtù in generale, ma anche nelle opere della maturità, quello etico è il tema centrale:lo Stato giusto realizza in se stesso la virtù e rende virtuosi i cittadini. L'idea di bene è quella suprema, quella che illumina tutte le altre. La virtù ed il bene, possono essere conosciuti mediante la ragione, superando gli aspetti individuali e tutto quello che ad essi ci lega, in particolare i sentimenti e le passioni. Platone condivide la fiducia socratica nella dimensione universale della ragione, che può stabilire verità valide per tutti gli uomini in quanto sostenute da argomentazioni razionali. Ciò che possiamo dimostrare con la ragione è valido per tutti gli uomini, a differenza delle sensazioni, dei sentimenti e delle passioni (che sono soggettive).
Platone ha costruito un vero e proprio sistema filosofico, e ha ricondotto il problema etico all'interno di una complessa metafisica incentrata sul mondo delle idee (il mondo intellegibile) e sulla sua alterità rispetto al mondo delle cose.
Per dare una risposta a queste domande, Platone fa ricorso al mito, allontanandosi dal “ragionare” socratico.
Le teorie filosofiche di Platone non sono riconducibili a quelle di Socrate, ma per molti aspetti nel filosofare platonico ritroviamo la finalità e lo stile di quello socratico.