La scrittura
platonica
Lo stile di
Platone è molto importante ed è una componente importante del suo
modo di filosofare. Tutte le sue opere sono scritte in forma di
dialogo. Platone cerca di restare fedele a Socrate, che non scrisse
mai nulla, convinto che la filosofia dovesse essere sempre
dialogo reale. Anche Platone condanna la scrittura ma
sceglie comunque di usarla, in modo da conservare il proprio
messaggio, piegandola però verso il dialogo che è il genere che
più s'avvicina all'oralità. Essi vengono ambientati in uno
scenario, con personaggi ben caratterizzati e spesso in un
contesto narrativo che accompagna ed arricchisce l'esposizione.
All'interno dei
dialoghi vengono inseriti dei miti, che Platone usa sia per
introdurre che per integrare il lògos, cioè per
esprimere concetti che non possono essere spiegati ma debbono essere
piuttosto “mostrati”.
I dialoghi
giovanili come ricerca continua
I dialoghi
giovanili vertono prevalentemente su un unico tema: la virtù.
Spesso si prende in analisi una virtù specifica, ma ci si pone
soprattutto il problema di che cosa sia la virtù in generale,
se e come possa essere conosciuta e se possa essere trasmessa. Questi
dialoghi vengono definiti aporetici, ed in essi non si giunge
ad una conclusione, ma si approfondisce e si chiarisce il problema
giungendo via via all'accordo su alcuni aspetti, che sollevano però
nuove domande, e così via.
Chiarire i
problemi vuol dire ricercare e discutere le argomentazioni a
favore di una tesi oppure a dimostrare che una convinzione, anche se
largamente accettata, non ha fondamenti razionali e deve essere
quindi abbandonata.
Alcuni temi
caratterizzeranno la riflessione platonica; al di sopra di tutto il
rapporto tra la pòlis e la coscienza come punti di
riferimento dell'agire morale.
Non tutti i
dialoghi si occupano però della virtù. Nel Cratilo si discute
infatti il tema del linguaggio, della sua origine e della sua
funzione: Ermogene, uno degli allievi di Socrate, sostiene che i nomi
sono per convenzione e sono stati dati dagli uomini in base ad
un accordo; Cratilo, invece, della scuola di Eraclito, afferma che i
nomi rispecchiano la natura della cosa, tanto che conoscendo il
nome possiamo comprenderla nella sua vera realtà. Socrate propone
una tesi intermedia: i nomi sono stati dati dagli uomini,
e a volte esprimono le caratteristiche delle cose, a volte no,
anche se dovrebbero farlo. Per questo, sarebbe opportuno che ci
fossero dei “legislatori dei nomi”, filosofi o consigliati
da filosofi, capaci di cogliere la vera realtà della cosa, e di
coniare il nome corrispondente. Sviluppa poi una serie di analisi
filologiche per mostrare come, ad esempio, i nomi degli eroi ne
esprimano le caratteristiche e le virtù. La conclusione di Socrate è
che i nomi non esprimono la natura delle cose, ma il concetto
che se ne è fatto chi ha attribuito alle cose un nome. Quindi, i
nomi non servono soltanto ad indicare le cose, ma ne insegnano il
significato ed il concetto e perciò hanno un importante
funzione formativa e didattica.

Il confronto
con i sofisti
L’analisi
delle signole virtù rimanda sempre ad una definizione che consenta
di conoscere che cos’è la virtù in generale.
In uno dei
dialoghi che chiudono il suo periodo socratico, il Protagora,
s’interroga se sia possibile insegnare ad essere virtuosi.
Protagora, che come tutti i sofisti si proclama <<maestro di
virtù>>, sostiene ovviamente di sì, Socrate obbietta che in
questo caso gli individui virtuosi la insegnerebbero ai propri figli,
che quindì sarebbero altrettanto virtuosi, mentre spesso ciò non
avviene. Tuttavia Socrate sostiene che essa è una scienza, perché è
conoscenza del bene, ma una scienza diversa dalle altre perché non
può essere insegnata. Protagora si adopera a dimostrare che essa non
è scienza. La conclusione a cui si giunge è che la virtù è
conoscenza del bene e del male, uuna conoscenza però che non si
può raggiungere mediante l’insegnamento di altri, ma va scoperta
dentro di sé.
La critica alla
sofistica è il tema centrale del Gorgia, un dialogo rivolto contro
la retorica, che i sofisti facevano oggetto del proprio
insegnamento. La retorica, l’arte della persuasione, era diventata
per la nuova borghesia lo strumento per una rapida carriera politica
ed il successo personale. Socrate afferma che essa non è scienza
perché convince solo chi non è esperto di un’arte, su argomenti
che non conosce, quindì non insegna, ma affascina o blandisce
con la parola.
Gli
interlocutori di Socrate esaltano la retorica come strumento di
dominio sugli altri, legando al potere la felicità. Socrate dimostra
, al contrario che commettere ingiustizia rende infelici,
tanto che, dovendo scegliere, è preferibile subirla che farla e, se
si commette ingiustizia, la pena non è da evitare, ma da cercare e
da accettare come il malato accetta la medicina che può guarirlo. La
felicità non consiste neppure nel piacere, dato che esso è
legato al soddisfacimento di un bisogno e dipende quindì dal dolore.
La felicità
consiste nella virtù, che è temperanza, cioè ordine ed
equilibrio dell’anima. Sul piano politico, cioè relativo alla vita
della città, il bene coincide con la giustizia, quindì <<il
più grande dei mali è l’ingiustizia per colui che la commette>>.
L’ingiustizia, infatti, è un male per chi la subisce e per chi la
commette. Infatti il bene è la salute dell’anima.
La tesi
conclusiva è <<che bisogna guardarsi dal commettere
ingiustizia più che dal riceverla, che l’uomo deve
preoccuparsi non di apparire ma di essere buono, e in privato e in
pubblico>>. Il problema etico si lega quindì strettamente al
dualismo anima/corpo e alla natura dell’anima, che sarà trattata
in modo approfondito più avanti.